Stipendio in bitcoin

Stipendio in bitcoin: un’idea che apre le porte a degli interrogativi irrisolti

Recentemente ha fatto scalpore la tesi di Francis Pouliot, CEO di Satoshi Portal, noto cypherpunk massimalista secondo il quale gli stipendi andrebbero pagati in bitcoin. Pouilot ne fa una questione di opportunità. Una volta che tutti venissero pagati mediante la criptovaluta, decadrebbe la “corrente speculativa” a vantaggio di quella di consumo. Sarebbe quindi un modo anche di stabilizzare la creatura di Nakamoto che fa proprio della volatilità uno dei suoi punti critici. L’idea di Poilot è senza dubbio interessante, ma non tiene conto di alcuni fattori, primo tra tutti la definizione di Bitcoin.

Cos’è il Bitcoin? Alla domanda non è facile dare una chiara risposta. Gli economisti non la definiscono una moneta perché non rispetta le regole fondamentali per cui possa essere considerata tale. In particolar modo, la mancanza di un’autorità centrale che funga da “garante” e il totale anonimato nelle transazioni rendono la criptovaluta indigesta agli esperti economici. Eppure, se diventasse un bene di largo consumo, tale tesi andrebbe rivista. Perché ciò sia possibile, sono però, necessari alcuni riconoscimenti anche anche a livello internazionale. Non è un mistero, ad esempio, che la UE veda come fumo negli occhi  le criptovalute e che punti a stabilire entro il 2019 una legislazione che ne limiti l’uso o, perlomeno, che stabilisca un controllo più rigido.

In attesa di una definizione univoca su cosa sia il Bitcoin, in Europa e nel resto del mondo ognuno fa da sé. In Francia, a esempio, il Consiglio di Stato ha dichiarato le criptovalute un bene mobile, cioè una proprietà immateriale nelle mani del possessore.

Bitcoin: La questione giapponese

In questo contesto la vera notizia è che l’idea di Pouilot sia già utilizzata in una grande potenza industriale. Parliamo del Giappone. Il Paese del Sol Levante ha elevato il bitcoin, per legge, unico caso al mondo, alla “dignità” di moneta legale subito dopo lo yen giapponese.  Questo fa si che qui gli stipendi possano essere pagati mediante criptovaluta.

Un’azienda hi-tech, la GMO Internet ha così deciso di pagare parte dei suoi salari mediante bitcoin. La scelta se ricevere o meno le criptovalute in busta paga, sarà lasciata alla volontà dei singoli dipendenti. L’importo dei bitcoin in busta paga non potrà superare i 100 mila yen a lavoratore, corrispondente a circa 750 euro. Il motivo della scelta, è stato spiegato, è quello di migliorare la nostra conoscenza della moneta virtuale usandola realmente.

Dal punto di vista economico, la scelta di essere pagati in bitcoin risulta assolutamente favorevole per i lavoratori che, dato l’attuale valore di mercato della criptovaluta, vedranno il loro stipendio subire una vera e propria impennata.

Sfruttando la normativa nipponica, anche l’investitore e imprenditore Roger K. Ver paga lo stipendio ai suoi dipendenti in bitcoin. La sua azienda, ha infatti sede nel Paese del Sole Levante. Del resto, parliamo di uno dei più convinti paladini di Bitcoin prima e di Bitcoin Cash. Nulla di strano, dunque, che adotti tale scelta.

Il caso Giapponese dimostra che l’idea di Pouilot è tutt’altro che un sogno. Rimane, comunque, un interrogativo irrisolto: come spendere i bitcoin in Paesi che non ne riconoscono lo status di moneta vera e propria?  Serve una risposta quanto prima se la criptomoneta vuole fare questo ulteriore passo in avanti.

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